[Puglia] L’Enel di Cerano e l’avvelenamento del territorio.

Negli scorsi giorni un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Lecce e della Guardia di Finanza ha portato alla luce uno scandalo in cui si trovano coinvolte l’impresa Cementir, l’Ilva di Taranto e la centrale Enel Federico II di Cerano, con l’iscrizione al registro degli indagati di 31 persone, tra manager e dirigenti, delle due aziende accusati di traffico illecito di rifiuti e attività di gestione di rifiuti non autorizzata.

L’accusa mossa riguarda tonnellate di cemento prodotte da Cementir con polveri provenienti dalla Federico II e dall’Ilva, come residuo dai processi di combustione, che anziché essere smaltite correttamente, venivano mescolate con sostanze altamente nocive come nichel, vanadio, mercurio e ammoniaca. Difatti, quello che sarebbe dovuto essere il costo di smaltimento dei materiali di scarto da parte di Enel, è diventato un mezzo di ulteriore profitto che ha fruttato, dal 2011 al 2016, oltre mezzo miliardo di euro.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Lecce sulla questione è partita a seguito del sequestro di diverse discariche non autorizzate, all’interno dello stesso cementificio di Taranto, adibite allo stoccaggio di rifiuti, compresi speciali provenienti dall’Ilva.

La centrale di Cerano a Brindisi, insediata da più di cinquant’anni sul territorio e tuttora il più grande stabilimento di produzione di tutt’Europa, è stata anche recentemente al centro di indagini sia per vicende legate alla dispersione del carbone sui campi dei contadini del perimetro della centrale, con conseguente contaminazione dei prodotti agricoli locali, sia per questioni inerenti gli appalti all’interno della centrale.
Nonostante ciò la società è convinta di poter dimostrare la correttezza dello smaltimento e un’area della centrale rimarrà aperta per portare avanti la produzione.
Brindisi continua ad essere una città martoriata da un modello di sviluppo fortemente retrogrado e fossilizzato che continua a inquinare e devastare la propria terra, sfruttando innumerevoli risorse e inquinando terreni. I dati sull’aumento dei tumori a causa dell’inquinamento sono sempre più allarmanti in città, come dimostra l’indagine epidemiologica recentemente presentata (link rapporto), tutto questo mentre l’Enel continua la propria campagna di sponsorizzazione di eventi e società sportive, gettando fumo negli occhi e cercando di ripulire le proprie mani insanguinate.

L’Ilva di Taranto rappresenta il caso più eclatante della devastazione del territorio perseguendo la logica del profitto a tutti i costi. Lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa è noto per le conseguenze tragiche che hanno colpito l’ambiente e la salute dei cittadini di Taranto e delle migliaia di lavoratori che per decenni hanno vissuto quell’impianto in condizioni di sicurezza molto precarie. Anche in questo caso le ripercussioni della produzione inquinante sono state analizzate scientificamente e pubblicate lo scorso anno (link rapporto). Nell’ultimo decennio si sono susseguite inchieste, condanne per la famiglia proprietaria dell’acciaieria e una dozzina di decreti dei diversi governi che non hanno mai messo in chiaro quale dovesse essere la strada da percorrere per risanare il territorio, lo stabilimento e programmare la produzione con metodi salubri.

Da cittadini della nostra terra rigettiamo queste speculazioni che si diffondono dagli impianti – già di per sé dannosi con la loro produzione e figli di una logica sviluppista che non ha portato benefici reali dopo decenni – alla creazione di interessi locali con una larga maglia di affari criminali che subiamo quotidianamente sulla nostra pelle e determinano le vite di chi sceglie di restare a vivere nel nostro territorio. Vogliamo decidere su quale sia il modello di sviluppo migliore che tenga in conto e rispetti i luoghi in cui noi viviamo. Siamo stufi delle politiche dall’alto che impongono scelte dannose che includono ancora l’utilizzo di fonti di energia fossili e che puntano solo al profitto delle aziende senza pensare alla salute e alla volontà delle migliaia di cittadini che non si stancano, dopo decenni di lotte, di mobilitarsi all’interno della nostra regione: crediamo sia possibile un modello non dannoso e non inquinante per i nostri territori e per chi li vive, vogliamo essere liberi di decidere sul nostro futuro e su quello delle nostre terre!

Rete della Conoscenza Puglia

Studenti per l’ambiente – Lecce

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I NATIVI AMERICANI FERMANO IL DAPL. UNA LEZIONE PER FERMARE IL TAP.

Standing Rock è un’area protetta concessa ai nativi americani, una “riserva”, un luogo sacro. Si trova in North Dakota, Stati Uniti. Da 6 mesi a questa parte Standing Rock è stata protagonista di una protesta che ha fatto il giro del mondo in poco tempo. La comunità dei nativi, insieme ad altri attivisti e ai veterani di guerra che hanno deciso di unirsi a loro, protestano per la costruzione di un oleodotto (in inglese Dakota Access Pipeline, o DAPL) che avrebbe dovuto passare sotto il fiume Missouri e all’interno dell’area protetta. L’oleodotto sarebbe dovuto essere lungo 1700 km e la quantità di barili che avrebbe dovuto trasportare si aggira intorno ai 400 al giorno; in questo contesto il rischio di disastro ambientale è davvero molto alto. Ad aggiungersi alla pericolosità dell’oleodotto è l’importanza che il fiume Missouri riveste per gli insediamenti umani costruiti lungo i suoi argini e in generale per gli Stati Uniti, in quanto esso costituisce una delle principali riserve idriche di quelle aree.

La protesta ha subito avuto un forte impatto emotivo, raccogliendo in poco tempo un grande numero di sostenitori. Anche la precedente amministrazione Obama si è schierata contro la DAPL e quindi contro il governo federale del North Dakota, un evento che ha pochi precedenti e che resta quindi significativo. La protesta ha tuttavia avuto risvolti violenti, poiché il governo del North Dakota ha preferito reprimere ogni forma di dissenso dal basso facendo intervenire l’esercito e la polizia, che per scongiurare i tentativi dei manifestanti a continuare la loro lotta è intervenuta con lacrimogeni e proiettili di gomma.

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Dopo sei mesi di proteste senza tregua, la US Army Corps of Engineers ha dichiarato che non concederà i permessi alla Energy Transfer – la compagnia che avrebbe dovuto gestire la DAPL – a costruire all’interno della riserva. Si cercherà un percorso alternativo per l’oleodotto.

E’ da tenere presente però lo stretto legame tra la Energy Transfer e Donald Trump, neoeletto presidente degli Stati Uniti e conosciuto in tutto il mondo come negazionista nei confronti dei cambiamenti climatici da un lato e come forte portatore di interessi nell’industria petrolifera dall’altro, che potrebbe quindi a breve riaprire la partita.

La mobilitazione che è nata ha avuto un grande riscontro mediatico, molte sono state infatti le realtà ambientaliste americane che hanno aderito spontaneamente alla protesta dei nativi ed il risultato raggiunto ha un’importanza storica ed internazionale molto elevata. Tuttavia, i nativi sioux hanno dichiarato di non voler arretrare di un centimetro rispetto alla loro posizione di contrastare la costruzione dell’oleodotto, anche al di fuori fuori delle proprie riserve sacre, e di voler portare avanti la battaglia più ampia contro il ricorso a fonti energetiche fossili, tanto più nell’era dei cambiamenti climatici che coincide con quella trumpiana.

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La vicenda di Standing Rock ci mostra come ormai l’energia fossile non sia più percepita dalla maggioranza come unico metodo di sussistenza e mostra in maniera lampante la necessità delle comunità di tutto il mondo a riappropriarsi delle terre che sono state loro strappate. È evidente ancora una volta come il tema della giustizia ambientale sia legato in modo indissolubile a quello della giustizia sociale. Ripartire dal concetto di democrazia energetica è fondamentale per poter discutere dell’uso che si vuole fare delle risorse energetiche del nostro pianeta, per poter rompere quella catena di sfruttamento del territorio che rende i conflitti ambientali tanto frequenti.

In Italia conosciamo una situazione analoga a causa del progetto TAP (Trans Adriatic Pipeline), un gasdotto che dovrebbe partire dall’Azerbaijan, passare da Grecia e Albania e giungere in Italia, più precisamente a Melendugno, in provincia di Lecce.

La questione che vede protagonista il gasdotto che dovrà sbarcare sulle coste salentine è lunga e complessa e fa parte di un disegno che prospetta l’indipendenza energetica dell’Italia dalle risorse dell’est Europa. Un disegno che tuttavia non è sostenibile per i nostri territori, ormai da tempo sfruttati e degradati. E non solo, la lunghezza del metanodotto pone le basi per degli incidenti rilevanti e conferma ancora una volta la pericolosità del fossile, al contrario di quanto racconta il Governo, anche a causa della necessità di zone di stoccaggio del materiale.

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La protesta in Italia ha dato vita al Comitato No Tap, che si oppone fermamente alla costruzione della struttura; la vicenda non ha ancora avuto una conclusione e nessuno ha voglia di arrendersi. Oggi è più che mai necessario prendere esempio da quanto accaduto a Standing Rock ed impegnarsi nell’aggregazione a difesa dei territori, oltre che nella discussione con le istituzioni locali perché si oppongano ad un progetto che è in antitesi rispetto ai bisogni della popolazione e al concetto di democrazia energetica.

Ci teniamo a ribadire che la vittoria del NO al referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre ha dato un grande smacco agli interessi che le multinazionali del petrolio hanno nel nostro territorio. La vittoria ha impedito che, insieme agli altri 46 articoli, venisse modificato l’articolo 117 che riguarda le competenze delle Regioni e di conseguenza la possibilità di decidere direttamente dei territori, senza interferenze dal Governo. Questa vittoria popolare ha permesso ai comitati, ai movimenti e alle realtà che lottano costantemente per la difesa delle nostre terre di non retrocedere nei progressi fatti ed è fondamentale che questo successo venga rivendicato.

Adesso è importante ricostruire un movimento ecologista dal basso e incrociare le lotte su scala internazionale, affinché la giustizia ambientale non resti una bella espressione, ma possa essere lo strumento attraverso cui far partire la nostra emancipazione dal fossile, dai monopoli delle grandi industrie che distribuiscono energia, dalle multinazionali e dal liberismo sfrenato che contraddistingue i nostri tempi.

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APPUNTI DA MARRAKECH: UNIRE LOCALE E GLOBALE PER UN ALTRO MONDO POSSIBILE.

A pochi giorni dalla conclusione della 22esima conferenza delle parti sui cambiamenti climatici (COP22) possiamo discutere dei (non) risultati che l’incontro tra le delegazioni internazionali ha raggiunto e di quale esperienze e conoscenze ci abbiano restituito le realtà sociali e le delegazioni che da tutto il mondo si sono riunite a Marrakech per lottare per la giustizia climatica e sociale.

COP 22

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E’ stato detto più volte che questa COP avrebbe dovuto avere la funzione di porre paletti concreti e proporre azioni decisive (ACT era l’imperativo leggibile sui tantissimi stendardi sparsi per la città) per attuare quanto stabilito con l’Accordo di Parigi lo scorso anno. Un accordo che – dopo bene due settimane di discussione- resta non vincolante ma quantomeno “irreversibile”(fondamentalmente una reazione alla preoccupante elezione del negazionista Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, leitmotiv della COP che  si è reso evidente anche nella dichiarazione finale in cui si invita all’unità e alla collaborazione tra tutti i paesi).

Tocca constatare che nemmeno stavolta i delegati presenti sono riusciti a stabilire come uscire dall’impasse nella lotta ai cambiamenti climatici, procrastinando al dicembre 2018, COP24, la definizione di un regolamento su come i singoli Stati abbasseranno le emissioni di CO2, perseguendo le decantate azioni di mitigazione.

Sono stati rimandati alla COP24 i nodi principali dell’Accordo di Parigi:

-la sua ratifica ed attuazione in tutti gli stati

-una prima verifica della azioni intraprese per raggiungerne gli obiettivi preposti

-la disposizione del Fondo Verde per i paesi in via di sviluppo(confermato, seppur considerato insufficiente) di 100 mld di dollari all’anno entro il 2020. Una somma che  non è minimamente in grado di risolvere i problemi che si vivono nella maggior parte del mondo “in via di sviluppo” considerato l’impatto enorme che storicamente i paesi sviluppati hanno avuto e continuano ad avere su quelli considerati più poveri ma che in realtà sono soltanto i più sfruttati proprio per la grande presenza di risorse nei territori, un impatto che ha devastato il piano sociale, ambientale, economico, culturale delle popolazioni nel corso dei secoli.

Parole spese anche sul tema della sicurezza alimentare e sull’impatto dell’agricoltura sui cambiamenti climatici, ma anche in questo caso nessuna concreta proposta di azione per ridurre le emissioni di gas serra.

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L’appello dei potenti del mondo va anche verso le organizzazioni non statali, rivolgendo dunque una chiamata retorica all’impegno della società civile ( che però non viene mai coinvolta nei processi decisionali veri ma solo in quelli di costruzione di opinione), oltre che alle numerose aziende che già lavorano abbondantemente sul piano del greenwashing in barba al principio di “chi ha inquinato deve pagare”, spesso in accordo con gli stessi governi.

Da questo punto di vista possiamo affermare che gli spazi della COP  – la cosìdetta ZonaVerde- a netto di alcune considerevoli differenze erano l’emblema delle operazioni di greenwashing con cui dovremmo misurarci nei prossi anni: spazi totalmente avulsi dal mondo reale, dove non si vedevano relazioni tra ingiustizie sociali e ambientali, dove grandi aziende vendevano i propri prodotti mentre i capi e i delegati di stato sfilavano nello sfarzo con fare almeno apparentemente distratto e senza di fatto preoccuparsi di individuare soluzioni concrete, bensì incancrenendo spesso la discussione sulle elezioni presidenziali statunitensi (un dato da considerare, certo, ma di cui i cambiamenti climatici non si curano). Fuori dalle tensostrutture della COP invece c’era il mondo reale: una cortina di polveri sottili ad altezza uomo pervade la città di Marrakech, dove oltre all’inquinamento è ben evidente la disuguaglianza economica esistente.

Forum sociale

All’esterno degli spazi della COP si è svolto il forum dei movimenti sociali sui cambiamenti climatici, cui abbiamo preso parte, presso lo spazio autogestito nella Facoltà di Scienze e Tecnologia dell’Università di Marrakech. Il 13 Novembre le realtà sociali hanno costruito un enorme corteo di decine di migliaia di persone che ha sfilato per le strade di Marrakech per far sentire forte la richiesta di “giustizia climatica” ai potenti della terra mentre dal 14 al 17 novembre sono state organizzate giornate intere di incontri, dibattiti, gruppi di lavoro sui grandi temi legati alla giustizia sociale ed ambientale.

Riportiamo di seguito un breve riepilogo delle principali discussioni tenutesi.

CopAfrica

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Una giornata dedicata alla situazione del continente africano e al ruolo dei suoi movimenti sociali, vittima dei cambiamenti climatici a causa anche del mancato controllo da parte dei governi che lasciano gestire alle multinazionali le numerose ricchezze presenti sul territorio, le quali non hanno interessi diversi dal profitto e quindi dallo sfruttamento di terre e popoli.

A questa situazione sono legati anche i flussi migratori, sempre più spesso caratterizzati dalla presenza dei cd. profughi climatici oltre che da chi fugge dai conflitti locali ed internazionali; tra l’altro ancora oggi in molte parti dell’Africa scoppiano conflitti a causa di insufficienza di cibo ed acqua tra le popolazioni indigene.

Le soluzioni proposte dalla società civile sono incentrate sulla partecipazione e sulla solidarietà tra movimenti internazionali, a partire dalle lotte territoriali, così da aver la forza di imporre alle agende politiche dei governatori un modello diverso. Questo però con una forte richiesta di indipendenza non solo formale ma sostanziale, politica e sociale nella gestione dei propri territori e dei movimenti sociali. Una giornata in cui i movimenti “occidentali” hanno avuto modo di ascoltare piuttosto che intervenire e sovradeterminare, in cui imparare come si costruiscono le lotte in quei territori dove il cambiamento climatico non è un agghiacciante futuro ma un tragico presente.

Fondamentale nella discussione il richiamo al  ruolo dei luoghi di formazione in quanto nececessario per educare, sensibilizzare ma soprattutto costruire dal basso un nuovo (ma sarebbe meglio dire diverso) modello di sviluppo  attraverso la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico, non nell’ottica di una fantomatica “Green economy” (dove le risorse sono nelle mani di pochi) ma in modo che gli strumenti di ricerca ed innovazione siano accessibili a tutti: in poche parole garantire maggiori finanziamenti alla ricerca pubblica indipendente dalle grandi lobby.

L’organizzazione tra i movimenti sociali, dal piano locale a quello nazionale a quello finalmente internazionale, è l’obiettivo che ci si pone e che si dichiara anche con il documento finale presentato dal forum sociale al termine della cop22, una dichiarazione di solidarietà, che prende atto dell’enorme divario tra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, che pone l’accento sulla necessità di individuare una immediata strategia 0 fossili e 100% rinnovabili, per una trasformazione sociale, ecologica, femminista e democratica che tuteli il lavoro e l’uguaglianza economica, nel rispetto delle differenze e partendo proprio da quelle che caratterizzano un movimento globale come è quello che vogliamo andare a costruire.

Cambiamenti climatici e differenze di genere

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Guardando i cambiamenti climatici dall’ottica della giustizia sociale, quindi dal punto di vista sistemico, è chiaro che non si puo’ prescindere dalla critica al modello patriarcale attuale su cui il capitalismo si basa: per questo un filo conduttore del forum è stata anche la questione di genere.

Si parte da alcuni dati: il 70% delle persone povere e vittime dei cambiamenti climatici nel mondo è di sesso femminile; tra il 60% e l’80% della produzione di cibo mondiale avviene ad opera delle donne; soltanto tra il 10% e il 20% delle terre coltivate a scopo alimentare appartiene a donne;s olo il 18% della popolazione femminile partecipa alla vita politica e ha quindi diritto di parola sulle più importanti decisioni che riguardano la vita di tutti e tutte.

Tuttavia i risultati più importanti in termini di educazione sono raggiunti dalle donne, il know-how tradizionale ed alternativo è proprio della popolazione femminile. E’ dunque necessario un cambiamento radicale, a partire dall’abbattimento delle disuguaglianze economiche, anche per quanto riguarda le dinamiche di genere per poter parlare realmente di sviluppo sostenibile. Numerosi sono gli esempi di movimenti sociali per la tutela delle risorse e del territorio animati e presieduti dalle donne, tra cui il più famoso è quello del movimento amazzone femminista per la tutela delle foreste (Brasile).

Estrattivismo

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La transizione non puo’ essere soltanto tecnologica ma anche democratica, nei termini di sviluppo dei movimenti e connessione delle lotte volte a cambiare il sistema produttivo.

Sono stati riportati numerosi esempi di estrattivismo selvaggio e conseguente distruzione di ecosistemi, tra cui quello palestinese sulle risorse idriche (il 20% delle risorse idriche è concessa ai palestinesi, il restante 80% sottratto loro da Israele; secondo il WHO – World Healt Organization– il fabbisogno di acqua è di 150 l al giorno, i palestinesi hanno accesso ad appena 38 l di acqua al giorno), quello dello Zimbabwe sulle miniere di diamanti (nel 1961 il nuovo atto costituzionale sancì lo sfruttamento delle risorse e la discriminazione raziale, non riconoscendo nè i diritti umani nè ambientali e permettendo la depredazione delle risorse del territorio e la cieca violenza nei confronti delle popolazioni locali) e dei popoli indigeni sullo sfruttamento delle risorse forestali (attraverso azioni legali e non le popolazioni locali si sono opposte fermamente all’estrazione delle risorse forestali, rivestendo un ruolo centrale nel mantenimento del carbonio nel sottosuolo poichè esso si trova per il 30% in zone abitate dai popoli indigeni in grado di tutelarne la presenza e mitigarne gli effetti; la perdita annua di soprassuolo è di circa 20.000 km2; il 75% delle emissioni prodotte dal Brasile è causato dalla deforestazione e dal cambiamento d’uso del suolo – agricoltura e allevamento).

E’ quindi risultato nuovamente evidente quanto oggi sia percepita ed insostenibile la mancanza, a livello internazionale, l’occupazione dello spazio politico a sinistra e il protagonismo sulle politiche pubbliche dei movimenti popolari i cui cardini dovrebbero essere proprio la lotta alle diseguaglianze e allo sfruttamento delle risorse: uno spazio che dobbiamo occupare a partire dalle mobilitazioni, attraverso l’organizzazione sociale se vogliamo rovesciare il modello capitalistico.

Spazio mediterraneo

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Una riflessione specifica sulla situazione dei paesi del Mediterraneo, in cui si sono discusse le differenze tra paesi a nord del bacino e quelli a sud, sul piano delle condizioni socio economiche e delle pratiche, ma anche le similitudini per quel che concerne i conflitti ambientali e la distruzione del territorio, nonchè la necessità di mobilitazione a livello sociale. Tema comune è l’accessibilità alle risorse idriche e la loro gestione popolare, in taluni casi ottenuta ma in molti altri da continuare a rivendicare: su questa battaglia è possibile costruire un piano di lavoro internazionale, partendo sempre da quello locale.

Una proposta concreta è quella di replicare il modello peruviano nell’area del mediterraneo, a partire dal ripensamento del territorio al di là dei confini nazionali ma in termini di area geografica, oltre la dicotomia nord-sud e basandosi sulle ricchezze comuni da condividere; a partire dalla collaborazione tra associazioni minori e quelle più grandi (già con un piano di lavoro internazionale), è essere possibile costruire una lotta internazionale.

In questo senso un esempio importante è quello della città di Gabès, dove dal 1973 con l’inizio dell’industrializzazione dell’area è stata distrutta l’immensa biodiversità che la caratterizzava, lasciando solo morte e distruzione nel giro di appena 10 anni: specie estinte, livelli di inquinamento molto oltre i limiti previsti, inesistenza di forme di vita in moltissime zone, popolazione distrutta sul piano economico, sociale e della salute (nuove malattie e tumori non esistenti in altre zone del mondo). La popolazione ha reagito con forza a questa situazione, organizzandosi e partecipando alle grandi mobilitazioni arabe e ai movimenti sociali Stop Pollution, portando la questione sul piano internazionale.

Una proposta interessante proveniente da questa discussione è la costruzione di un piattaforma di know-how e di raccolta delle risorse in area mediterranea da valorizzare, al fine di riappropriarci dei territori e di porre il tema della pubblicizzazione delle risorse.

In questo spazio è anche stata presentata “l’odissea delle alternative” un percorso internazionale che ci ha visti protagonisti come delegazione italiana, insieme all’Arci che è stata capofila della tappa italiana, che ha toccato ed organizzato forum cittadini in molti paesi del mediterraneo (Spagna,Francia,Italia, Algeria,Tunisia e Marocco) per riconsegnare ai lavori della Cop e dello spazio autogestito le ragioni e le riflessioni che provenivo dai movimenti territoriali del bacino del mediterraneo.

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Nonostante la difficoltà di organizzare oggi dei movimenti solidi, a differenza del movimento dei movimenti di 15 anni fa , a causa della frammentazione sociale operata a livello globale dalle politiche neoliberiste, bisogna perseguire l’obiettivo di connessione delle lotte sul piano internazionale a partire dalle battaglie locali.

E’ importante da un lato riappropriarci degli strumenti di conoscenza scientifici, affinché questi siano a disposizione della popolazione e non di poche grandi lobby con interessi esclusivi di profitto economico. Altrettanto necessario è implementare il numero degli incontri internazionali, che non possono ridursi a contingenze annuali dettati da terzi (vedi la COP). Connettere le lotte al fine di difendere il sud del mondo ed i paesi in via di sviluppo, andando oltre gli errori del passato interni al movimento ambientalista stesso e rendendo la discussione assai più complessa poiché basata sul riconoscimento di politiche e pratiche differenti dei vari paesi e sulla necessità di collegarle.

Acqua e suolo sono due temi fondanti delle lotte internazionali, strettamente legate al tema delle migrazioni e dell’accessibilità alle fonti alimentari.  

Europa ed Italia

Tornando al piano di discussione istituzionale, dal canto loro i paesi europei si sono presentati compatti alla discussione di questa COP, assumendo unitariamente i pochi impegni stabiliti. Considerata questa posizione, l’obiettivo che l’Unione Europea deve porsi, non assolutamente impossibile data la situazione attuale, è l’incremento della riduzione delle emissioni dal 20 al 30% entro il 2020. Tuttavia il fatto che i dati complessivi dell’EU non siano tanto negativi, non deve far cadere in errore alcuni governi, come quello italiano, che continuano imperterriti a promuovere politiche in esatta antitesi alla riduzione di emissione dei gas serra. A detta del Ministro dell’Ambiente italiano in Europa sono previste sanzioni, a livello globale invece assenti, per chi non dovesse rispettare i target di riduzione previsti.

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Se già partivamo consapevoli dei danni provocati dalle politiche italiane in materia energetica (inceneritori, trivellazioni petrolifere, SEN non aggiornata, ecc), conferma ce ne ha data il Ministro Galletti in persona durante l’incontro con le organizzazioni aderenti alla Colazione Clima italiana. Il Ministro dell’Ambiente ha infatti in questa occasione affermato che il problema fondamentale del nostro paese è la gestione dei rifiuti in discariche e che l’ unica  soluzione individuata è  l’incenerimento dei rifiuti (tonnellate di emissioni di co2 in più) e la raccolta differenziata. Minimizza poi le concessioni rilasciate per le prospezioni petrolifere, definendole esclusive sperimentazioni ben diverse dalle trivellazioni vere e proprie, scaricando dunque se’ stesso ed il governo di cui fa parte di qualsiasi responsabilità nei confronti dei 30000 km2 di fondale marino prossimo alla distruzione. Ci chiediamo come questo possa concordare con gli accordi presi durante le Conferenze delle Parti che Galletti sostiene di voler applicare.

Alle preoccupazioni poste dai membri della Coalizione Clima, in merito alla situazione italiana complessiva, ha risposto affermando cheil nostro paese è leader mondiale nella decarbonizzazione: un’affermazione decisamente lontana dal mondo reale dove invece si continua a sollecitare l’utilizzo di gas e petrolio come fonti energetiche primarie e quello su gomma come tipologia di trasporto su cui investire, nonostante le potenzialità del nostro territorio nello sviluppo delle energie rinnovabili.

In termini di partecipazione democratica ai processi politici ambientali, il Ministro ha elogiato il lavoro delle associazioni e dei sindacati, dimenticando però di dare una risposta alla domanda su quali siano gli spazi di discussione e concertazione futuri (ad oggi assenti o almeno insufficienti) tra società civile e parti istituzionali al fine di perseguire l’applicazione dell’Accordo di Parigi, monitorare le decisioni intraprese dal governo affinché siano rispettose dei parametri individuati a livello internazionale e costruire una nuova strategia energetica nazionale che vogliamo sia appunto fondata sul concetto di democrazia.

Sul tema della giusta transizione dei lavoratori e quindi della tutela dei diritti degli stessi, scottante e centrale già nel dibattito sul referendum del 17 aprile contro le trivellazioni petrolifere, Galletti si è impegnato ufficialmente a discuterne con i sindacati appena possibile in italia.

Sull’equità intergenerazionale e i diritti umani il ministro si è detto estremamente d’accordo nel fare in modo che non si tratti esclusivamente di parole presenti nel preambolo del documento, ma che siano concetti davvero applicati e rispettati da tutti i paesi impegnandosi in prima persona ad implementare azioni che vadano in tale direzione.

Galletti ha inoltre ha glissato sulla richiesta di un posizionamento italiano a favore delle richieste dei paesi in via di sviluppo di maggiori finanziamenti per il fondo verde e della loro gestione per l’adattamento (oltre che per la mitigazione dove invece dovrebbe intervenire il concetto di “chi ha inquinato deve pagare” attraverso le carbon tax e degli special found finanziati dai grandi privati che negli ultimi decenni si sono arricchiti a spese del clima e di tutti) ma ha annunciato lo stanziamento di 5 milioni di dollari per un Fondo a sostegno dei paesi africani, parte di un pacchetto di 75 milioni destinati dai paesi industrializzati al sostegno dei paesi africani in materia climatica, ed ha candidato l’Italia a ospitare la cruciale (si spera) 26° Conferenza ONU sul clima, quella del 2020.

Cosa ci aspetta? Che fare?

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Come organizzazione sindacale e sociale ci impegniamo quindi nella costruzione di percorsi territoriali sui conflitti ambientali, che partano dai bisogni delle popolazioni locali ma che siano in grado di connettersi tra loro, attraverso il filo rosso della giustizia sociale e della democrazia energetica.

La costruzione di un movimento nazionale ecologista, riconoscendo le questioni ambientali  come strutturali del sistema, deve avere un approccio femminista, poiché in grado di partire dalle differenze dei territori esaltandole per abbattere le disuguaglianze sociali e superare la moderna visione patriarcale, democratico, perché deve consentire la partecipazione di tutti ad un processo ampio e deve porsi come obiettivo la riappropriazione degli strumenti di conoscenza scientifici e non, della decisionalità sui territori da parte delle popolazioni locali ed infine dei mezzi di produzione energetica, solidale ed internazionalista perché in grado di abbattere i muri imposti dai confini statali e costruire ponti con gli altri movimenti del mediterraneo prima (sulla base di lotte comuni) e sul piano globale poi, ma anche capace di individuare nuovi spazi di discussione non soltanto tra i movimenti, al fine di obbligare le istituzioni a modificare radicalmente le attuali politiche energetiche del paese e avere la forza di determinarle. L’obiettivo deve essere quello di costruire un nuovo modello di sviluppo e produttivo.

Ancora una volta pensare globale, agire locale!

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LA GIUSTIZIA AMBIENTALE E’ NELLE NOSTRE MANI – con l’Odissea delle Alternative verso la COP22

Oggi 23 Ottobre a Porto Torres è approdata l’Odissea delle Alternative, un progetto internazionale che vede partecipare ad una carovana marina diversi soggetti sociali dei paesi mediterranei verso la località in cui quest’anno si svolgerà la Conferenza delle Parti (COP22), Marrakech.

Anche noi come studenti e studentesse aderiamo a questo progetto, portando le nostre rivendicazioni, sia sul piano nazionale che su quello internazionale.    

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In questa piattaforma vogliamo approfondire alcuni punti per noi fondamentali: partendo dalle motivazioni che ci spingono ad aderire al percorso dell’Odissea delle alternative e della necessità di un lavoro di matrice internazionale sulla giustizia ambientale e sulla partecipazione all’appuntamento della COP22.

Il nodo centrale su cui secondo noi si basa la riflessione per il miglioramento delle attuali condizioni di vita è la democrazia energetica che necessita, per essere attuata, di un ripensamento del modello di sviluppo, a partire dalla pratica quotidiana ma non limitandosi ad essa.

La decisionalità che la popolazione deve avere sui propri territori è elemento fondamentale, a partire dallo strumento della conoscenza per individuare i mezzi migliori.

È indispensabile che l’accordo di Parigi sia attuato in tutti gli stati e che nel nostro paese si apra un dibattito finalmente sul piano energetico nazionale.

 

Trovi QUI la piattaforma completa, leggi e diffondi!

 

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ILVA: da dove ripartire per invertire il modello di sviluppo, senza spot.

I dati pubblicati dal Centro Salute ed Ambiente sugli «effetti delle esposizioni ambientali ed occupazionali sulla morbosità e mortalità della popolazione residente a Taranto», che hanno nuovamente alimentato il dibattito tra le istituzioni, non sono altro che la conferma di quello che da anni denunciano a gran voce i cittadini. Le emissioni inquinanti da decenni stanno distruggendo un intero territorio, strappando speranze di cambiamento e di riscatto ai cittadini e seppellendo la cultura e la storia della città, resa solamente un polo industriale.

I decreti, spesso contraddittori, emanati dai Governi negli ultimi anni sono risultati inefficaci. Questo è il simbolo di una classe politica che risulta essere incapace di avere una visione alternativa di sviluppo, scevra da interessi particolari, che metta al centro di un progetto di riscatto gli stessi cittadini che troppo hanno sopportato in questi anni la realtà che li colpisce.  

Il primo decreto Salva Ilva risale al 2010, col governo Berlusconi alza il livello dei limiti delle emissioni. In sei anni si sono susseguiti altri dieci decreti, contrari alle richieste dei cittadini che si sono organizzati più volte per manifestare il loro dissenso contro politiche che non hanno mai posto una reale soluzione del conflitto ambiente-salute, salvaguardando il lavoro. L’obbiettivo del Governo Renzi è parso chiaro a tutti sin dall’inizio: affidare l’azienda ai privati, in barba quindi a qualsiasi responsabilità pubblica nei confronti della città di Taranto e dei suoi cittadini. In attesa dell’aggiudicazione a una cordata di imprenditori, a gennaio 2016, con un emendamento alla Legge di Stabilità, sono stati stanziati altri 800mln di euro per l’Ilva, rinviando l’avvio delle bonifiche (non specificate) a giugno 2017.

I dati del rapporto pubblicati lunedì scorso denunciano una situazione allarmante. L’indagine evidenzia una percentuale di ricoveri superiori al 24% per chi abita vicino al siderurgico. Tra i bambini di età compresa tra 0-14 anni residenti a Taranto, «si sono osservati eccessi importanti per le patologie respiratorie: in particolare tra i bambini residenti al quartiere Tamburi si osserva un eccesso di ricoveri pari al 24%», una percentuale che sale «al 26% tra i bambini residenti al quartiere Paolo VI».

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Governo e Regione hanno risposto continuando a rimpallarsi le responsabilità sull’incapacità di intervenire. È una scena che va avanti da troppo tempo. Non possiamo tollerare ancora che il futuro dell’Ilva sia argomento di dibattito per far valere rapporti di forza politici; non possiamo accettare che l’unica alternativa sia la svendita dello stabilimento a gruppi industriali a loro volta colpevoli di altri danneggiamenti del territorio. Rigettiamo queste politiche di “sviluppo” del Mezzogiorno che oggi ci vengono riproposte come soluzione, ma sono le cause della disastrosa realtà da cui vogliamo riscattarci.

Il presidente della Regione Emiliano oggi propone continui spot in merito alla questione ILVA: tutto d’un tratto pare che la salute dei cittadini sia divenuta prioritaria rispetto alla produzione. Chissà perchè non s’è mai riflettuto prima su questo.

Comunque la proposta ultima del Presidente, insieme al Consiglio nazionale degli Ingegneri, sarebbe quella di riconvertire la fabbrica, modificando quindi la fonte energetica e riducendo la produzione dal punto di vista quantitativo (il che implicherà licenziamenti e/o esuberi). La fonte energetica individuata come alternativa al carbone è il gas metano, con particolare riferimento a quello che giungerà in Puglia attraverso il gasdotto TAP. Sulla TAP ci siamo espressi numerose altre volte: una grande opera, che ha come unico fine quello di profitto per i detentori di tale fonte, senza che i cittadini possano esprimersi in merito, in cambio della distruzione del territorio peninsulare ed altresì pericolosa per la salute sebbene in modo differente rispetto al carbone.

D’altra parte il progetto TAP entrerà in vigore non prima del 2020: nei prossimi anni cosa accadrà? Continueremo a morire per la diossina? Saranno effettuati migliaia di licenziamenti? Il mercato dell’acciaio si arresterà? Tutte domande a cui non abbiamo risposta.

Dunque un compromesso decisamente a ribasso quello proposto da Emiliano, che appare fondato più su una sfida personale e personalistica al Governo Renzi più che una soluzione ecologicamente sostenibile e basata sulla democrazia, come da lui stesso dichiarato proprio stamane.

Il presidente fa anche riferimento all’accordo internazionale di Parigi preso durante la COP21 a novembre scorso. Su questo punto ricordiamo al presidente che nel rispetto di quell’accordo la priorità è investire su fonti energetiche pulite ed alternative, in Ricerca quindi, anziché sul metano ed altre fonti che, seppur meno inquinanti del carbone, hanno tante altre implicazioni negative a partire dalla gestione delle stesse, ben lontane dal concetto di democrazia.

Per attuare le proposte di quell’accordo, riteniamo che il tema centrale di cui discutere sia la democrazia energetica, intesa come possibilità da parte delle popolazioni non solo di non dover morire per poter lavorare, ma di  poter gestire le fonti di energia presenti sul territorio. L’energia ed i suoi mezzi di produzione non devono essere soltanto puliti, ma devono essere nelle mani di tutti. Per questo invitiamo il presidente Emiliano a non fermarsi a spot sulla democrazia ma a confrontarsi realmente sul tema, se davvero l’interesse è quello dei cittadini da lui rappresentati.

Da studenti rivendichiamo quindi la necessità di un protagonismo dal basso nei processi decisionali per il futuro delle città in cui viviamo. Ribadiamo l’importanza del ruolo della conoscenza per la sperimentazione di un’alternativa reale. Non vogliamo sacrificare nè la salute, nè il lavoro, nè i territori, nè la democrazia. Oggi serve interrogarsi su come si possono aprire prospettive di cambiamento che non ripetano gli stessi errori. I saperi rappresentano un elemento essenziale per l’impostazione di un modello di cambiamento del territorio che possa rendere partecipi i cittadini, salvaguardare il lavoro e lanciare uno sviluppo complessivo della città.

 

Quando il vento soffia da Nord-Ovest, i balconi si riempiono di polvere rossa. Rossa come il minerale, rossa come il sangue delle vittime. Taranto non dimentica, ma vuole andare avanti.

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Manifesto per una democrazia ecologica – @NuitDebout

Abbiamo tradotto il manifesto per la democrazia ecologica redatto dalla commissione ecologica della Nuit Debout, il movimento nato in Francia contro la Loi travail e che ha visto una partecipazione importantissima dei cittadini francesi ed internazionali, uniti contro una ingiusta legge sul lavoro e, più in generale, contro un intero sistema di politiche neoliberiste che attanagliano i cittadini e le cittadini di tutto il mondo oggi.

Perchè questa lettura possa essere di spunto per riflessioni che anche sui nostri territori risultano urgenti. Serve confronto, conoscenza e costruzione dall’alternativa, necessariamente da parte di chi i territori li vive ogni giorno, insieme a tutte le contraddizioni che li caratterizzano.

Organizziamoci, partecipiamo, costruiamo l’alternativa: alziamoci in piedi anche noi!

 Manifesto per una democrazia ecologica

A Rémi Fraisse,

questo manifesto è stato presentato dalla commissione ecologica della Nuit Debout. Apre delle possibilità e pone dei principi. E’ in fase di evoluzione e costruito dal basso. Sarà seguito da proposte e soluzioni.


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Alziamoci in piedi per una democrazia ecologica!

Crisi climatiche, della biodiversità, delle risorse, inquinamenti e perturbazioni dei cicli naturali, la crisi ecologica è globale. Oggi l’umanità è posta davanti ad una scelta che determina il suo avvenire. Tutto è legato. Le politiche attuali conducono alla distruzione dell’essere umano e del pianeta. Ma se rovesciamo la prospettiva, la convergenza tra lotte sociali ed economiche potrà essere risolta attraverso l’ecologia. Gli obiettivi sono gli stessi: lottare contro la violenza delle diseguaglianze e delle ingiustizie, che colpiscono innanzitutto i più poveri. L’ecologia è una via per ricostruire una società non solamente vivibile, ma più giusta. I capitalisti hanno ben compreso la questione, perché si, è proprio il loro business che noi minacciamo!

Quello (ndt: il business) delle energie, le più nefaste, quello del commercio internazionale, il più brutale. Ma la modernità non è la crescita infinita, nemmeno se ridipinta di verde, è bensì una transizione ecologica seria, che romperà con il capitalismo del disastro e degli eccessi. Dobbiamo imparare a vivere nei limiti delle risorse del pianeta. Gli irresponsabili sono coloro che spingono l’umanità su strade disastrose, non noi.

Ciò che vien fuori da Nuit Debout è l’idea che venendo incontro agli altri, partecipando, aggregando conoscenze ed esperienze ciascuno di noi svegli la società che lo circonda e si riappropri della politica. Noi crediamo che la formidabile attuazione congiunta delle energie che  viviamo qui si possa infondere in tutti quanti. L’ecologia non è solo ambientale e sociale è anche una ecologia sensibile, di attenzione, una ecologia liberatrice! Così la cultura, l’arte, la poesia saranno essenziali per superare i discorsi reali. Di fronte a un mondo finito, noi scommettiamo che le risorse dell’essere umano, quelle dell’intelligenza e quelle del cuore siano infinite. La nostra ecologia è una ecologia che viene dal basso, per nostra scelta, dalla proposta dei cittadini locali e dei collettivi. Di fronte al collasso alla crisi ecologica e climatica, noi mettiamo in atto (impostiamo) una transizione ecologica fondata sulla resilienza. Noi non abbiamo la pretesa di dire ciò che bisogna fare perché questi approcci esistono già. Anche noi facciamo appello a tutte le buone volontà personali, dei cittadini, delle associazioni per promuovere anche qui questi propositi. Abbiamo bisogno, contro il collasso, di costruire un progetto per ripensare il mondo a partire dalle nostre aspirazioni per una emancipazione cittadina, sociale ed ecologista. Gli orientamenti presentati in questo manifesto sono parte della costruzione di questo destino comune.

Rendiamo possibili i nostri sogni!

 

Alziamoci in piedi per una transizione energetica!

Dopo la rivoluzione industriale le nostre società si sono sviluppate grazie ad un consumo sempre più importante delle risorse energetiche. Questo sistema manifesta oggi i suoi limiti, senza che sia di beneficio per tutti: il 20% della popolazione consuma l’80% delle risorse. Di fronte alle crisi energetiche e climatiche dobbiamo preparare oggi una società giusta, a basso consumo energetico e fornita al 100% da energie rinnovabili a cominciare dagli scenari esistenti.

  • Per la giustizia climatica, verso la fine delle energie fossili

La COP 21 è stato un richiamo mediatico e diplomatico. Il limite di 2 gradi di raffreddamento sta per essere già superato. Si tratta di invertire la tendenza imponendo una moratoria internazionale su tutte le nuove esplorazioni delle energie fossili, mettendo fine alle sovvenzioni pubbliche, dirette e indirette, e ai prestiti bancari erogati agli attori del settore dei combustibili fossili (petrolio, gas di scisto, carbone). Si tratta di incitare le collettività territoriali e le istituzioni a sganciarsi da questo settore praticando una poltica attiva di disinvestimento.

  • Per una uscita programmata dal nucleare.

Dopo Chernobyl e Fukushima, è inammissibile e irresponsabile, in particolare per le generazioni future, continuare a promuovere il mito dell’energia nucleare presumibilmente pulito e a basso costo. La pericolosità di questa tecnica, la difficoltà dello smantellamento e della gestione delle scorie sono ben note. Noi vogliamo la trasparenza totale sulla filiera nucleare e esigiamo la chiusura immediata dei reattori con più di 30 anni e lo stop immediato degli EPR (Reattore nucleare Europeo ad acqua Pressurizzata).

  • Verso lo sviluppo delle energie rinnovabili cittadine e decentralizzate.

E’ possibile raggiungere il 100% delle energie rinnovabili. La Francia è in ritardo. Tutte le sovvenzioni che vanno al nucleare pretendiamo che vadano invece alle rinnovabili: eolico, solare, energia marina, biomasse, idrogeno. Le soluzioni per utilizzare localmente le rinnovabili esistono, sviluppiamole!

  • Verso la sobrietà energetica.

Indispensabile per la riuscita di una transizione energetica verso il 100% rinnovabile. Ciò implica un cambiamento radicale del sistema di produzione, del consumo e del comportamento individuale. La produzione dei beni deve essere limitata al necessario, a ciò che è duraturo, riparabile, al minimo impatto ambientale.

  • Verso l’efficienza energetica.

Ridurre il bisogno energetico inizia dalla sobrietà, ma è necessario ugualmente ottimizzare i sistemi a monte. Per esempio l’ingegneria civile e l’edilizia rappresentano il 44% dei consumi dell’energia primaria. L’efficienza energetica passerà dalla costruzione e da una efficiente ristrutturazione edilizia (isolamento, concezioni bioclimatiche, sistemi di riscaldamento efficienti ecc.)

  • Per dei modelli di trasporto a maggiore efficienza energetica.

Nello spazio, nei paesaggi e nelle vite umane; ridurre la necessità di spostamento avvicinando i luoghi di lavoro all’habitat: ridurre l’uso delle automobili in città, favorire la ferrovia, sviluppare le linee SNCF (Società nazionale francese della mobilità su ferro) di periferia e le linee trasversali di TER regionali, oltrepassare e porre un punto al programma autostradale.

Alziamoci in piedi per una agricoltura contadina ed una alimentazione sana!

Dopo un mezzo secolo  di corsa al produttivismo agricolo, le conseguenze sono disastrose: allevamento industriale, degradazione delle acque e del suolo, monocolture, fertilizzanti chimici, pesticidi, distruzione della fertilità delle terre, consumo eccessivo delle acque, distruzione della biodiversità animale e vegetale. L’agricoltura industriale è competitiva solamente grazie alle sovvenzioni pubbliche. Nel sud, dove si muore di fame, nel nord dove si muore di stress  e cibi precofenzionati. I popoli devono avere diritto alla sovranità alimentare.

  • Verso una agricoltura nostrana, biologica, locale e di stagione.

È di vitale importanza voltare la pagina del produttivismo agricolo e reindirizzare l’agricoltura verso una regolamentazione equilibrata ed equa degli scambi agricoli e verso uno sviluppo di prodotti di qualità accessibili a tutti per sconfiggere il cibo-spazzatura a sostegno di una agricoltura biologica, nostrana e famigliare. Una agricoltura che non inquina, ovvero una agricoltura locale, che funziona in corto circuito: sia a causa dei materiali che utilizza (fertilizzanti, concimi) e sia a causa del cibo che viene così prodotto. È un’agricoltura che rispetta la terra e la fauna. Essa favorisce metodi naturali per respingere i parassiti: non vi è nessun pesticida ma, per esempio, promuovendo la reintroduzione di animali predatori. È una agricoltura basata su tecniche di produzione naturali e intelligenti, che vieta la produzione di OGM, che richiede spazi minori e che necessita l’utilizzo di risorse minime, come ad esempio le tecniche di permacultura. È una agricoltura che crea posti di lavoro ben retribuiti per i contadini autoctoni mettendo l’accento su una emergenza sfruttamento di un nuovo tipo, più modesta, dove l’assistenza e il libero accesso alla conoscenza sono di primaria importanza. Si tratta di una agricoltura che lotta contro la privatizzazione della vita e che mette fine ai sovvenzionamenti per gli agro-carburi (biocarburi). Si tratta di una agricoltura che va verso la deindustrializzazione della produzione agro-industriale e che promuove l’agro-ecologia.

Si tratta di un’agricoltura che vieta lo sfruttamento della stessa e l’inquinamento, che bandisce dal mercato i prodotti dannosi per la salute, marchiati dalla sofferenza degli animali. È un’agricoltura che preserva il diritto a una alimentazione sana e diversificata, accessibile a tutti. Abbiamo bisogno di ristabilire il contatto con la catena virtuosa di approvvigionamento, abbiamo bisogno di reinventare la lotta contro l’obesità, abbiamo bisogno di ridurre in modo significativo il consumo di prodotti di origine animale, abbiamo bisogno che le nostre mense siano al 100% biologiche e che ci siano zero OGM sulle nostre tavole.

 

Alziamoci in piedi per la società del vivere bene!

La nostra salute dipende dalla qualità dell’aria che respiriamo, dall’acqua che beviamo, dai prodotti che mangiamo, dalla salubrità delle nostre case. La nostra salute dipende anche dai rumori e dallo stress che subiamo quando lavoriamo. Il 23% dei decessi secondo l’ultimo rapporto dell’OMS sono dovuti all’ambiente. Le nostre vite non sono merci. Non possono essere negoziate. Dobbiamo recuperare la nostra vita di fronte a questo sistema, che non propone altro che un’intensificazione spropositata del lavoro, la disoccupazione e la precarietà, il consumo o la povertà.

  • Per una giustizia ambientale, contro l’inquinamento industriale.

I prodotti tossici sono ancora lì nelle industrie che inquinano l’ambiente, nonostante lo scandalo dell’amianto che ha fatto tra i 100.000 e i 150.000 morti. Questi sono causati dall’inquinamento di aria e acqua. Dobbiamo porre fine all’esposizione alle sostanze chimiche nocive e all’inquinamento delle onde elettromagnetiche, dobbiamo rifiutare gli impianti pericolosi del tipo Seveso nelle nostre città, dobbiamo stabilire una moratoria nazionale sulla costruzione di inceneritori. La terra non è un bidone della spazzatura: i rilasci chimici dovrebbero essere vietati così come la dispersione dei rifiuti industriali in Francia e in tutto il mondo.

  • Allontanarsi da questa società di propaganda pubblicitaria e di spreco generalizzato.

La rottura con la società dei consumi richiede la messa in discussione del mercato pubblicitario. Questo è lo strumento fondamentale di questo sistema di iper-consumo dal quale dobbiamo liberarci. Essa incoraggia il consumo di impulso, aliena le menti e inquina la nostra visione. C’è bisogno di decolonizzare la nostra immaginazione!

  • Contro una obsolescenza programmata.

Ridurre, riutilizzare, riciclare piuttosto che gettare via. Le soluzioni sono lì a portata di mano: la produzione di prodotti riciclabili, l’estensione del sistema bonus-malus ai prodotti elettrodomestici, l’estensione della garanzia dei prodotti, il sostentamento del settore della riparazione. Si tratta di noi tutti, consumatori, che diamo tutto il potere alle multinazionali. Se tutti insieme con gli agricoltori e gli operai che producono la ricchezza esigiamo norme sociali e ambientali e non rifiutiamo di consumare prodotti inutili e pericolosi, saremo più forti.

  • Per una gratuità dei prodotti.

Bisogna sviluppare una società basata sullo scambio, l’aiuto reciproco, su un sistema di scambio locale, mettendo in comune pratiche, conoscenze e competenze. Gli esperimenti sui software liberi, sull’AMAP, sui giardini condivisi, sulle mense sociali e i negozi alimentari di solidarietà, sulle riciclerie (centri di raccolta) sulle valute locali, inventano la società del domani. Milioni di posti di lavoro possono essere creati non solo attraverso i lavori concernenti l’agricoltura, ma anche nei settori dell’economia sociale.

  • Rispettare il benessere e le condizioni degli animali.

Le attività umane che comportano lo sfruttamento degli animali vivi devono avere la costante preoccupazione di evitare la loro sofferenza. Questa è la nostra dignità. Dobbiamo vietare il commercio delle pellicce degli animali selvatici e in generale il traffico degli animali, dobbiamo eliminare l’uso degli animali per i cosmetici, nell’industria, la caccia e limitarne drasticamente la ricerca medica. Rafforzare i diritti di un ambiente sano e conservare le condizioni della vita umana, animale e vegetale. Contro le lobby al servizio dei potenti, dobbiamo instaurare il diritto ad una competenza indipendente, pluralista e cittadina, dobbiamo instaurare una regola di principio costituzionale di non-regressione dei diritti dell’ambiente sulle esigenze economiche e dobbiamo inoltre prendere in considerazione la finitezza delle risorse. I reati ambientali devono essere riconosciuti come crimini contro l’umanità. Bisogna istituire un tribunale internazionale per perseguire giuridicamente questi crimini.

  • Per una vera educazione popolare per l’ecologia e l’ambiente a tutti i livelli, dalla scuola primaria alle case di riposo.

 

Alziamoci in piedi per un’economia ecologica !

L’economia attuale fa affiamento sulla dittatura del breve termine e il profitto massimo, che si traducono con lo sfruttamento sfrenato degli esseri umani e della natura. E’ necessaria un’altra economia, basata sulla trasformazione ecologica della società e i beni comuni, e che costituisce l’unica soluzione realista. Per evitare la catastrofe, il cambiamento ecologico dell’economia deve cominciare il prima possibile. Dare miliardi al padronato per mantenere delle industrie inquinanti o delocalizzate e creare dei grandi progetti inutili e costosi non fa che prorogare le cause della crisi e va contro il principio ecologico: “più vincoli e meno beni”. Noi dobbiamo mettere l’economia al servizio degli esseri umani e del rispetto degli ecosistemi. Nessuna decisione dovrà essere adottata senza prendere in considerazione la dimensione ecologica.

  • Trasferimento delle attività economiche.

Non vogliamo più mangiare delle mele prodotte a miliardi di kilometri né indossare dei vestiti fabbricati da bambini in Cina o in Bangladesh nelle fabbriche di ditte delocalizzate. La delocalizzazione è produttrice di inquinamento causato dai trasporti, di disoccupazione, di precarietà qui e di catastrofi industriali e di negazione dei diritti sociali laggiù. Noi abbiamo bisogno di un’economia basata al massimo sui “cicli chiusi” (economia circolare) e che mira alla risposta ai bisogni locali e non ad un’imponente esportazione e importazione. Dobbiamo esigere dei criteri sociali e ambientali per i prodotti importati.

  • Riconversione delle industrie inutili ed inquinanti.

Abbiamo bisogno di attività socialmente utili. Ci schieriamo particolarmente a favore della riconversione delle industrie belliche che fanno della Francia uno dei principali fautori di guerra, della riconversione delle industrie automobilistiche al servizio dei trasporti in comune. Questa riconversione deve avvenire garantendo il rispetto dei territori e dei lavoratori, assicurandosi in particolare della loro formazione e della loro riconversione.

  • Contro le grandi opere inutili ed imposte.

Da Notre Dames des Landes alla linea LGV Lyon-Torino, dalla diga di Sivens all’Europacity, le ZAD si sviluppano contro i grandi progetti imposti, che risultano essere contemporaneamente costosi ed inutili. Bisogna dare ai cittadini il diritto di decidere cosa è socialmente ed ecologicamente utile, e non alle lobbies e allo Stato. Dev’esserci una moratoria immediata su tutti i Grandi progetti inutili. Dalla Place de la République a Notre Dame des Landes, organizziamo la nostra ZAD contro i cementificatori, gli speculatori, gli imprenditori e i banchieri! Niente carne da inquinare né terre da cementificare, in piedi, zadisti, e all’attacco!

  • Per i Beni Comuni, contro il finanziamento delle natura e lo sfruttamento eccessivo delle risorse.

La crescita “verde” trasforma la natura in un’impresa gigantesca, produttrice di servizi controllati dalle ditte e dai fondi finanziari. Dallo stoccaggio del carbone corrotto dal mercato, dai diritti ad inquinare, alla privatizzazione della gestione dell’acqua, i diritti delle popolazioni e della terra vengono negati. Noi richiediamo la proibizione della speculazione sui generi alimentari e dell’accaparramento dei territori agricoli da parte degli Stati, delle società private e dell’agroindustria. Il produttivismo è anche causa della pesca eccessiva e della scomparsa dei pesci. Dobbiamo lottare contro le flotte industriali e contro i loro rischi derivanti e restaurare le risorse alieutiche.

L’aria, la terra, il mare sono dei beni comuni che non possono essere privatizzati da pochi. Devono essere restituiti a tutti e non essere oggetto di una qualsiasi mercificazione.

Le nostre esigenze sono: la gestione pubblica e cittadina dell’acqua, il divieto del brevetto sulla vita, il sostegno alle lotte delle popolazioni indigene contro l’estrattivismo, la revisione e il riconoscimento del debito ecologico.

  • Per un’autentica fiscalità ecologica a favore dell’ambiente.

Questa fiscalità in mancanza del divieto e della riduzione drastica dell’inquinamento, può essere basata sul principio del “chi inquina paga”. Tra le altre, essa rappresenta l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali e di una eco-tassa sui trasporti su strada.

  • Stop ai trattati di libero scambio, TAFTA e ai poteri delle multinazionali.

Dobbiamo fare tutto per impedire gli accordi di libero scambio e di investimenti che l’UE negozia rispettivamente col Canada (CETA) e gli Stati Uniti (TAFTA). Questi accordi sottomettono i popoli e gli Stati alla volontà delle multinazionali. Forti dei loro miliardi, esse conculcano i diritti sociali, saccheggiano i Paesi poveri, inquinano e rendono sterili i suoli fertili ed impongono i loro prodotti alla Terra intera. Bisogna bloccarli.

Per un’ecologia conviviale, positiva ed in piedi.

Non c’è che una sola via possibile, quella della società in movimento e dei suoi principi: la cooperazione contro la competizione, la democrazia contro le lobbies, la responsabilità contro il colpevolizzare. Difendiamo una società del « vivere meglio » fronteggiando la tirannia del «sempre più». Non c’è tempo per la rassegnazione. Cambiare il mondo è un dovere di tutti!

 

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OMBRINA MARE E’ MORTA: VINCE IL TERRITORIO, VINCIAMO TUTT*!

Ebbene si, dopo anni siamo arrivata alla fine.SanVito-Chietino-(CH)-spiaggia

Il più grande giacimento di petrolio italiano dal 2008 non potrà essere sfruttato dopo che, nel corso di diversi anni, decine di migliaia di cittadini scesero in piazza contro il progetto “Ombrina Mare”. Ricordiamo in particolare i due maggiori picchi di un movimento che è riuscito a mobilitare una intera regione per la sua salvaguardia: le manifestazioni del 2013 a Pescara e del 2015 a Lanciano che hanno visto la partecipazione di rispettivamente 40 e 60mila persone.

“Noi studentesse e studenti dell’Unione Degli Studenti Abruzzo abbiamo partecipato più che attivamente per la tutela del nostro territorio, informando e parlando del progetto negli istituti superiori e nelle università e spostando intere scuole in piazza, sempre in collaborazione con il Coordinamento No Ombrina, del quale abbiamo fatto parte, che ha lavorato egregiamente e con tutte le forze per questa battaglia.”

La Capitaneria di Porto di Ortona scrive nella sua ordinanza di oggi ORD. <42-2016_capitaneria_ombrina_mare_chiusura>
“Dal 12 luglio al 12 agosto 2016, la società Rockhopper Italia S.p.a. eseguirà, mediante l’utilizzo dell’impianto di tipo Jack-Up “Antwood Beacon” e dell’ unità di supporto Mimì Guidotti CS 913 le operazioni di chiusura mineraria del pozzo denominato “Ombrina Mare 2 dir”.

In un mese, quindi, la Rockhopper dovrà chiudere il pozzo esplorativo perforato nel 2008 e togliere il tripode di poco più di 10 metri posizionato da allora.

Questa comunità in lotta è riuscita ad imporsi ed a contrastare le imposizioni dall’alto dei petrolieri e di questo governo. Siamo entusiasti del risultato raggiunto e lo rivendichiamo come frutto della grande partecipazione popolare ad un percorso nato dal basso, un percorso che ha fatto vivere i nostri territori di democrazia reale.

L’Abruzzo continua la lotta per la riappropriazione del potere decisionale verso il NO al referendum di ottobre. Si è infatti costituito da poco il comitato regionale che vede partecipi tutte le realtà studentesche, il coord. No Ombrina, le realtà che lottano per la tutela del territorio da Lanciano a Sulmona, passando per Pescara ed i Centri Sociali di San Vito Chietino e L’Aquila.

Continuiamo a lottare e partecipare, per i nostri territori, per il potere popolare, per tutte e tutti!

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